Il commento di oggi riguarda il divieto francese ai social per i minori di 15 anni. La prima cosa che ho pensato leggendo la notizia non è stata “bravi i francesi”, ma “comodo per noi italiani stare a guardare dall’altra parte delle Alpi”. Perché diciamocelo: una legge che vieta TikTok a un tredicenne è, in buona parte, un provvedimento che milioni di genitori francesi hanno chiesto in silenzio perché quel no in faccia al figlio, da soli, non lo volevano dire. E in Italia siamo pure messi peggio: la proposta bipartisan dorme in Parlamento da mesi, tirata fuori ogni tanto per un titolo di giornale quando succede qualche fatto di cronaca, e nel frattempo tutti aspettano, come se il problema fosse la mancanza di un articolo di legge e non la mancanza di coraggio genitoriale la sera a cena. Verifiche d’età, identità digitali, scaglionamenti tra settembre e gennaio: tutta roba che serve, per carità, ma che sposta il baricentro del discorso esattamente dove fa più comodo, cioè lontano dal salotto di casa.
Dire di no a un adolescente non piace a nessuno
Capiamoci: nessuno obbliga un genitore italiano ad aspettare che il Parlamento si svegli per togliere il telefono al figlio dopo cena, o per pretendere di sapere cosa guarda prima di dormire. Ma dire di no oggi, subito, senza coprirsi dietro un decreto che ancora non esiste, costa fatica, litigate, il rischio di passare per il genitore severo del gruppo WhatsApp della classe. Aspettare che sia lo Stato a fare la parte del cattivo è molto più comodo: se il divieto arriva dalla legge, il figlio se la prende con Roma o con Parigi, non con mamma e papà seduti a tavola. È deresponsabilizzazione travestita da attesa civile, e ci somiglia dannatamente bene.
La delega non è educazione
E qui arriva il punto che mi interessa davvero: anche se domani l’Italia copiasse la Francia parola per parola, non avremmo risolto granché, avremmo solo spostato il problema di qualche anno, rimandandolo al prossimo dibattito su quale sia l’età giusta per vietare qualcos’altro. Un genitore abituato a delegare il “no” a un articolo di legge non diventa improvvisamente capace di riconoscere quando un figlio sta male per colpa di un gruppo, di una challenge, di un commento cattivo letto di notte da solo. Una legge può chiudere un account in un clic. Non può insegnare a un padre o a una madre a fare, tutti i giorni, il proprio mestiere. E questo, in Italia più che altrove, dovrebbe far riflettere prima ancora di applaudire Parigi: se aspettiamo la norma per iniziare a fare i genitori, quando la norma arriverà davvero avremo già perso anni utili.
Io ve l’ho detto.