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Gaia, i peperoni e l’arte di passare oltre

Il commento di oggi riguarda la pioggia di insulti arrivata sotto i video del concerto di Gaia, e la strana ossessione di chi commenta ciò che dichiara di non sopportare.


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Il commento di oggi riguarda quello che ho letto nei giorni scorsi sotto i video del concerto di Gaia, e la conferma, l’ennesima, che certi angoli dei social non sono fatti per guardare uno spettacolo, ma per trovare una scusa per processare una persona. Perché di musica, in quei commenti, non si parla quasi mai. Non si discute della voce, della scaletta, della presenza scenica. Si parla del fisico. Di come si muove. Di come si veste. Di quello che fa o non fa sul palco. C’è chi ha scritto che “non è un concerto, è un porno”, chi ha consigliato di “aprire OnlyFans”. Frasi che non raccontano nulla dello spettacolo e moltissimo di chi le scrive.

Venti secondi non fanno un giudizio

Prima domanda, semplice: chi scrive queste cose era al concerto? Ha visto le due ore di show, oppure ha giudicato venti secondi di clip pescati su TikTok, magari fuori contesto, magari montati per fare scandalo? Perché tra assistere a uno spettacolo intero e farsi un’opinione su un frammento buttato lì dall’algoritmo c’è una differenza enorme, e chi confonde le due cose non sta commentando un concerto: sta commentando un video di pochi secondi e proiettandoci sopra tutto quello che vuole. E poi c’è la domanda più scomoda di tutte: se non vi piace Gaia, se non la ascoltate, se non vi interessa, cosa ci fate sotto ogni suo post? Le opzioni, a quel punto, sono due. O siete masochisti che inseguono apposta i contenuti che li infastidiscono, o avete trasformato l’antipatia in un hobby a tempo pieno.

L’arte dimenticata di scorrere oltre

A me, per dire, fanno schifo i peperoni. Ma non per questo mi iscrivo ai gruppi di cucina, guardo ogni ricetta che li contiene, apro i video degli chef che li cucinano e poi passo il pomeriggio a scrivere nei commenti che fanno schifo. Semplicemente non li mangio. Soluzione rivoluzionaria, lo so. Eppure online sembra che questa logica elementare si sia persa per strada: tutto ciò che non ci piace deve per forza ricevere una sentenza pubblica, un processo, un’opinione non richiesta da nessuno. Forse dovremmo riscoprire uno strumento antico e gratuito che si chiama “passare oltre”. Non serve un commento per ogni cosa che non ci convince. Non serve un giudizio sul corpo di una persona per dire che una sua canzone non ci piace. Basta scorrere il dito sullo schermo e continuare la propria giornata. Funziona, è gratis, non richiede nemmeno la registrazione. Eppure è lo strumento più disertato dei social.