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Franco Baresi, l’uomo che voleva essere il numero uno

Il commento di oggi riguarda la morte di Franco Baresi, bandiera del Milan e del calcio italiano, esempio universale di chi non si arrende mai: da ragazzino gracile, scartato perché troppo fragile, a numero uno assoluto della difesa mondiale.


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Il commento di oggi riguarda la morte di Franco Baresi, e non riesco a scriverne come se fosse una notizia qualunque. Se ne è andato a 66 anni, dopo una lunga battaglia contro la malattia, l’uomo che per vent’anni ha indossato la maglia numero 6 del Milan come fosse una seconda pelle. Ma ridurlo a “bandiera del Milan” è troppo poco. Baresi è stato una bandiera del calcio italiano, un esempio riconosciuto e rispettato in tutto il mondo, anche da chi rossonero non lo è mai stato e mai lo sarà. Quando un difensore così viene ricordato allo stesso modo da un tifoso della Juventus, da un brasiliano che lo ha affrontato in finale mondiale, da un interista, capisci che non stai parlando solo di un campione di club: stai parlando di un patrimonio collettivo.

Da “Piscinin” a “Kaiser Franz”: la storia di chi non si arrende

Da ragazzino Baresi era gracile, tanto che l’Inter, la squadra che aveva già preso suo fratello, lo scartò a un provino perché lo giudicò troppo fragile per reggere il calcio dei grandi. Fu il Milan a dargli fiducia, e i compagni delle giovanili lo soprannominarono “Piscinin”, il piccolino. Da lì è nato tutto il resto: la voglia furiosa di diventare non uno qualunque, ma il numero uno, il giocatore che ogni allenatore avrebbe sognato in squadra e che ogni attaccante avrebbe temuto di trovarsi davanti. Quel ragazzino scartato è diventato “Kaiser Franz”, il libero più completo della sua generazione, capitano di una difesa che per anni è stata considerata semplicemente inespugnabile. È la dimostrazione più pura che il talento, da solo, non basta mai: serve la testardaggine di chi si sente dire “non sei abbastanza” e decide di diventarlo comunque, a qualsiasi costo.

Un esempio prima come uomo, poi come giocatore

Quello che ha reso Baresi un simbolo così universale non è stata solo la classe in campo, ma il modo in cui l’ha portata: senza mai un eccesso, senza mai un protagonismo fuori misura, con la sobrietà di chi sa di rappresentare qualcosa di più grande di sé. Ecco perché oggi il lutto non riguarda solo i milanisti. Ogni tifoso, ogni ex avversario, ogni persona che ha visto giocare Franco Baresi anche una sola volta riconoscerà per sempre il suo valore, come giocatore e come uomo. Non capita a tutti, nel calcio, di lasciare un’eredità che va oltre lo scudetto o la coppa alzata. Baresi quell’eredità ce l’ha lasciata, ed è per questo che oggi il calcio intero, non solo quello rossonero, si ferma un attimo a dirgli grazie.

Io ve l’ho detto.