Il commento di oggi riguarda Emma, l’intelligenza artificiale italiana che in pochi giorni è diventata virale per le risposte sbagliate. Una storia che la dice lunga.
Il made in Italy dell’AI: bello sulla carta
Partiamo dal principio. Nel corso del Novecento l’Italia ha saputo esportare prodotti che il mondo intero ha desiderato, comprato e imitato: le auto, la moda, le macchine da scrivere, i primi personal computer. Un patrimonio industriale e creativo che ha costruito la reputazione del made in Italy su basi solide, fatte di qualità reale e non di proclami. Oggi la sfida globale si è spostata sull’intelligenza artificiale, e su carta un progetto tutto italiano sarebbe stato perfetto. Finalmente, avremmo detto, ci siamo anche noi.
E invece.
Emma, il chatbot lanciato da Egomnia il 20 giugno scorso e presentato come “l’AI nata in Italia”, in meno di una settimana è diventata un caso social, ma non per i motivi giusti. Gli utenti l’hanno messa alla prova e hanno cominciato a condividere screenshot esilaranti: un chilo di pane dichiarato più pesante di un chilo di piume, un cane descritto come capace di volare, risposte vaghe di fronte a richieste potenzialmente pericolose. Su Reddit, qualcuno ha sintetizzato con una brutalità disarmante: “Oddio, penso che uno veramente bravo in una domenica pomeriggio fa meglio.”

Il problema non è Emma, è il contesto
Sia chiaro: che un modello sperimentale con pochi gigabyte di dataset non sia all’altezza di ChatGPT o Claude non è una sorpresa né uno scandalo. Lo è, semmai, il modo in cui è stato presentato al pubblico senza la necessaria dose di umiltà e con l’inevitabile effetto-boomerang che ne è seguito. Matteo Achilli, il fondatore di Egomnia, ha risposto alle critiche su X spiegando che Emma è ancora in fase di addestramento e che bisogna chiederle di scrivere canzoni e poesie, non di fare calcoli. Una risposta che, diciamolo, non aiuta.
Il punto vero è un altro. Pensare di competere con Anthropic, OpenAI o DeepSeek, colossi che bruciano miliardi di dollari in ricerca, infrastrutture e talenti, non è ottimismo, è disorientamento. Non ci sono i fondi, non ci sono i centri di ricerca, non c’è la massa critica di dati e ingegneri. Siamo indietro su tutto, e fingere il contrario non ci avvicina alla meta: ce ne allontana, perché brucia credibilità.
Tornare a fare le cose che sappiamo fare
C’è una morale in questa storia, e non è consolatoria. L’Italia eccelle quando gioca su terreni che conosce: il design, la manifattura di qualità, la creatività applicata, la cultura. Quei settori non sono residuali sono ancora oggi il motivo per cui il mondo ci guarda con rispetto. Inseguire l’AI con le risorse e la struttura che abbiamo oggi non produce un campione nazionale: produce Emma che dice che il cane vola.
Forse, invece di costruire il nostro ChatGPT, sarebbe più utile capire come integrare l’AI nelle eccellenze che già abbiamo. Usarla, non imitarla. Quello sì che sarebbe made in Italy.
