Il commento di oggi è su quello che è successo ieri a Brno, dove Marco Bezzecchi, dopo la caduta nella Sprint, ha spintonato e schiaffeggiato un marshal in pista.
Cadere è normale, perdere la testa no
Ci sono due modi di perdere punti in un mondiale. Il primo è scivolare, succede: è capitato ai più grandi della storia del motociclismo, da chi ha vinto un titolo a chi ne ha vinti dieci. Fa parte del gioco, soprattutto quando si corre al limite. Il secondo modo è perdere la testa.
Bezzecchi ieri è caduto nella Sprint e ha lasciato per strada punti pesantissimi in ottica campionato. Fin qui nulla di strano: le corse sono fatte così, si vince, si perde, si cade. Poi però arriva il dopo. I marshal entrano in pista per fare il loro lavoro, lo stesso che permette ai piloti di correre in sicurezza ogni weekend. Uno di loro, probabilmente nella concitazione del momento, prende la moto e accelera involontariamente. Errore? Certo. Volontario? Evidentemente no. La reazione di Bezzecchi invece la vediamo tutti: corre verso il commissario, lo spintona e gli rifila due schiaffi.
Il pilota finisce, l’uomo dovrebbe iniziare
Se sei un professionista, se sei un pilota MotoGP, se rappresenti un marchio, una squadra e degli sponsor, la prima cosa che fai davanti alle telecamere non è parlare della caduta: è chiedere scusa. Invece niente — nessun riferimento nelle interviste, nessuna presa di distanza, nessuna assunzione di responsabilità. E quello che trovo ancora più grave è l’assenza di una pressione da parte di Aprilia perché il proprio pilota facesse la cosa più semplice e più giusta del mondo: scusarsi pubblicamente con chi stava lavorando per la sua sicurezza.
Paradossalmente sarebbe stata anche la miglior strategia difensiva possibile: un gesto di umiltà avrebbe pesato anche nel ricorso presentato dalla squadra contro la sanzione. Ma ormai nello sport moderno ammettere un errore sembra più difficile che vincere una gara.
I complottisti della domenica
Capitolo finale dedicato a chi sostiene — e i commenti in tal senso sono centinaia — che il marshal avrebbe agito apposta per favorire gli spagnoli nella corsa al mondiale (sappiamo tutti a chi si riferiscono). No, ragazzi: non è un complotto, non c’è una cabina di regia segreta, non c’è la direzione gara che chiama i commissari per sabotare Bezzecchi. C’è semplicemente una persona che stava facendo il proprio lavoro e che probabilmente ha commesso un errore nella fretta. Pensare che esista un piano internazionale per favorire un pilota attraverso un marshal significa aver perso completamente il contatto con la realtà. A quel punto forse la MotoGP non è lo sport giusto: c’è sempre l’hobby horse, dove almeno, quando il cavallo cade, nessuno può dare la colpa ai commissari.
P.S. Questa mattina sono arrivate le scuse al marshal. Nella scala delle priorità, però, non doveva essere l’ultima cosa da fare: doveva essere la prima.