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Chat Control, la sorveglianza di massa mascherata da tutela

Il commento di oggi riguarda Chat Control, la proposta Ue che autorizza le piattaforme a scansionare i nostri messaggi privati in nome della lotta alla pedopornografia, riportata in aula con una procedura su misura per farla passare.


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Il commento di oggi riguarda Chat Control, la sorveglianza di massa mascherata da tutela dei minori che il Parlamento europeo, dopo averla bocciata, si prepara a riportare in aula con un espediente procedurale degno di miglior causa. Ad aprile l’Europarlamento aveva detto no. Aveva respinto la proposta che autorizza le piattaforme di messaggistica a scansionare le comunicazioni private per stanare materiale pedopornografico, e aveva persino invitato la Commissione a ritirarla. Punto, fine, archiviato. E invece no: la stessa identica proposta torna in aula, sollecitata dalla presidente Metsola, ma con una modifica che vale più di mille emendamenti. Per bocciarla adesso serve la maggioranza assoluta dell’Assemblea, per approvarla basta quella dei presenti. Tradotto: quando un parlamento dice no, non si cambia idea, si cambia il regolamento finché quel no non diventa un sì. Ed è proprio questa accelerazione fuori tempo, senza un fatto nuovo che la giustifichi, il primo elemento che dovrebbe insospettire chiunque, di qualunque colore politico.

Il problema non è il fine, è il metodo

Sia chiaro fino alla noia: la lotta alla pedopornografia e al traffico di esseri umani non è negoziabile, e uno Stato che non la considera priorità assoluta ha fallito il suo compito più elementare. Ma qui non si sta discutendo se combattere quel crimine, si sta discutendo con quali strumenti. E la differenza non è una sottigliezza da azzeccagarbugli: oggi, se un magistrato vuole intercettare un cittadino, deve convincere un giudice, motivare gravi indizi, rispettare limiti temporali precisi. Con Chat Control quel filtro giudiziario sparisce, e al suo posto arriva un algoritmo di proprietà di Google, Meta o Microsoft che analizza automaticamente le comunicazioni di tutti, senza sospetto preventivo su nessuno. Non si cerca più il colpevole: si processano preventivamente centinaia di milioni di innocenti nella speranza di trovare qualche colpevole in mezzo a loro.

Il conto lo paga chi non c’entra nulla

E qui arriva il punto che nessun titolo acchiappaclick racconta: gli esperti, quelli veri, segnalano da tempo un tasso di errore tutt’altro che trascurabile in questi sistemi di riconoscimento. Il che significa falsi positivi, e i falsi positivi in questa materia non sono un fastidio burocratico, sono una condanna sociale immediata, prima ancora di qualsiasi accertamento. Una mamma o un papà che mandano ai nonni la foto del figlio in costume durante una vacanza al mare rischiano di finire nel tritacarne di un algoritmo che non distingue l’affetto familiare dal reato, con tutto ciò che ne consegue in termini di gogna mediatica, quella sì spietata e istantanea, capace di rovinare una reputazione per sempre anche quando poi arriva la piena assoluzione. Gli strumenti per colpire davvero chi sfrutta i minori esistono già, e passano dalla cooperazione giudiziaria mirata, non dalla schedatura preventiva di chiunque scriva un messaggio.

Io ve l’ho detto.