Il commento di oggi riguarda la contestazione a Salvini al concerto di Diodato per De André all’Agnata, e riguarda soprattutto quello che è successo dopo: la lezione di dialogo che Dori Ghezzi ha dato a tutti, mentre nessuno gliela chiedeva.
Una ragazza si alza, dice che Diodato è bravissimo ma che lei non se la sente di restare con “quell’individuo” in prima fila, e se ne va tra applausi e fischi. È nel suo pieno diritto, sia chiaro: nessuno deve stare da nessuna parte contro la propria volontà. Il punto è cosa succede subito dopo. Dori Ghezzi prende il microfono, ricorda di essere sempre stata di sinistra, e poi dice la cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: che serve il dialogo, anche con chi la pensa diversamente. Non ha difeso Salvini politico. Ha difeso il principio che vale per Salvini come per chiunque altro: si può stare nella stessa stanza, si può anche dissentire duramente, ma prima bisogna ascoltarsi. Quella sera, in prima fila, l’unica persona ad aver davvero capito lo spirito di De André non era chi se n’è andata sbattendo la porta.
Il pallone è mio e me lo porto via
E qui arrivo al pezzo che mi interessa di più, perché non riguarda solo un concerto in Sardegna. Riguarda un modo di stare nel dibattito pubblico che si è preso tutto lo spazio: si contesta e basta, senza più concedersi il contraddittorio. Contestare va benissimo, anche in modo duro, anche gridando se serve: ma alla base ci deve essere l’idea che dopo la contestazione si possa parlare, capire le ragioni dell’altro e, se il caso, continuare a combatterle con argomenti migliori. Oggi invece il modello prevalente è un altro: se qualcosa non mi piace, non lo affronto, lo cancello dalla mia vista. Il pallone è mio e me lo porto via. Non è più politica, è un capriccio travestito da principio, ed è lo stesso meccanismo che ha svuotato i talk show, i social e ormai anche i concerti in villa: non più arene di confronto ma trincee da cui si esce solo sbattendo la porta.
Il titolo che tradisce la notizia
Infine, una cosa che mi ha fatto arrabbiare più della contestazione stessa: come diverse testate hanno raccontato la storia. “Salvini contestato, Dori Ghezzi lo difende” è un titolo che ho letto ovunque, ed è fuorviante, oltre che sbagliato nel merito. Dori Ghezzi non ha difeso Salvini, non ha preso posizione per lui: ha difeso un metodo, quello del confronto, che vale a prescindere da chi si ha davanti. Ridurre tutto a “difende/attacca” significa applicare anche al racconto della vicenda la stessa logica tribale che quella sera Dori Ghezzi stava provando a smontare. È il giornalismo che si arrende alla stessa polarizzazione che dovrebbe raccontare, invece di aiutarci a uscirne.
Io ve l’ho detto.