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Salis condannata: il garantismo a targhe alterne

Il commento di oggi riguarda la condanna di Ilaria Salis per il licenziamento di due collaboratori, la residenza introvabile e il garantismo che vale solo per i propri.


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Il commento di oggi riguarda la condanna di Ilaria Salis, quella arrivata dal Tribunale di Milano per aver licenziato senza giusta causa due collaboratori assunti in campagna elettorale. Oltre 300mila euro di risarcimento, sentenza emessa in contumacia perché, dettaglio che lascia basiti, le notifiche non sarebbero mai arrivate a destinazione: la residenza dell’eurodeputata non era nota. Non un cavillo qualunque: per chi si professa paladina dei diritti dei più deboli, non presentarsi nemmeno a difendersi perché di fatto irreperibile è un’immagine che pesa più della sentenza stessa. La sentenza, va detto, è già stata impugnata: siamo al primo grado, l’appello deciderà. Punto fermo, prima di tutto: nessuno è condannato in via definitiva finché tutti i gradi di giudizio non si sono espressi. Questo vale per Salis come vale per chiunque altro.

Il garantismo a targhe alterne

Ed è qui che arriva il punto vero. Fratoianni, di fronte alla condanna della sua collega di partito, ha detto: “aspettiamo l’esito dell’appello.” Sacrosanto. Peccato che lo stesso garantismo non venga mai concesso con la stessa generosità agli avversari politici. Il problema non è invocare i gradi di giudizio, è farlo solo quando conviene. Primo grado, appello, Cassazione esistono per tutti allo stesso modo, non sono strumenti retorici da tirare fuori a seconda di chi siede sul banco degli imputati. Se una condanna in primo grado non vale come verdetto definitivo quando riguarda i propri, non può diventare improvvisamente definitiva e inappellabile quando riguarda gli altri. O si applica la regola sempre, o la coerenza va a farsi benedire, e con lei la credibilità di chi la regola la invoca.

Se ti ergi a paladina della legalità

C’è poi un secondo livello, ancora più scomodo. Chi si costruisce un’identità pubblica sulla battaglia per la legalità, i diritti dei lavoratori e i diritti alla casa, ha un onere in più: essere irreprensibile, o quantomeno provarci sul serio. Non basta essere nel giusto quando si parla degli altri, bisogna esserlo anche quando si parla di sé. Una residenza introvabile, una causa di lavoro persa contro due propri ex collaboratori, un contumace che non si è nemmeno presentato a spiegare la propria versione: sono tutti elementi che, sommati, alimentano esattamente il cinismo che la politica dovrebbe combattere, quel “sono tutti uguali” che svuota ogni discorso sui diritti dal suo significato. Non è populismo dirlo: è buon senso. Chi predica coerenza deve praticarla, altrimenti la predica diventa un boomerang.

Io ve l’ho detto.