Il commento di oggi riguarda la squalifica di Balogun, cancellata dalla FIFA dopo che Trump in persona ha chiamato Infantino per chiedere la grazia. In queste ore si legge ovunque che è “la prima volta nella storia del calcio”, ed è un peccato, perché non è vero, e l’onestà intellettuale dovrebbe venire prima del titolo a effetto.
Non è la prima volta, e va detto
L’articolo 27 del codice disciplinare FIFA, quello che permette di annullare una squalifica senza spiegarne davvero i motivi, era già stato usato lo scorso novembre per Cristiano Ronaldo, “graziato” di due giornate su tre pochi giorni dopo una visita alla Casa Bianca. E se vogliamo andare ancora più indietro, nel 1962 Garrincha rimediò un rosso nella semifinale del Mondiale in Cile contro i padroni di casa, con conseguente squalifica automatica per la finale. Fu allora che, secondo la leggenda, le pressioni del governo brasiliano e degli organizzatori convinsero la FIFA a revocare la squalifica: Garrincha giocò la finale contro la Cecoslovacchia, e il Brasile vinse 3-1 portandosi a casa il Mondiale. Quindi no, Trump non ha inventato niente: ha solo applicato, con meno eleganza e molta più visibilità, un meccanismo che esisteva già e che qualcun altro aveva già usato prima di lui. Chi scrive “mai successo prima” o non ha controllato o preferisce la notizia urlata alla notizia corretta, e in entrambi i casi sta facendo un pessimo servizio a chi legge.
Il problema non è l’eccezione, è chi la manovra
Qui però arriva il punto che secondo me viene sistematicamente ignorato: il precedente di Ronaldo o quello di Garrincha non rendono la cosa meno grave, la rendono un’abitudine. E un’abitudine pericolosa, perché ogni volta che un governo si intromette in una decisione arbitrale, a pagarne il prezzo non è solo il risultato sportivo, falsato nella sostanza anche quando resta formalmente in piedi. A pagarne il prezzo è la faccia di chi guida l’organizzazione in quel momento, in questo caso Infantino, che si ritrova a difendere una decisione presa da “un comitato indipendente” di cui nessuno ha mai visto un rapporto dettagliato. Quando la politica entra in campo, chi comanda lo sport smette di sembrare un arbitro imparziale e comincia a sembrare un funzionario che risponde a un numero di telefono di Washington, in questo caso. E non credo sia un caso che lo stesso Infantino, in vista della rielezione, si trovi ora con più nemici dentro la UEFA di quanti ne avesse una settimana fa.
I precedenti sono macigni, non eccezioni
E qui arrivo al vero motivo per cui questa storia mi preoccupa più delle proteste del Belgio o delle dichiarazioni indignate in tv: un precedente, una volta creato, non si richiude più. Non conta chi lo ha usato la prima volta né con quali argomentazioni tecniche lo si è giustificato: conta che d’ora in avanti chiunque abbia abbastanza potere politico o economico potrà chiedere la stessa cortesia, e la FIFA avrà sempre meno ragioni per dire di no. Non è nemmeno una questione di simpatie o antipatie verso Trump, Ronaldo o chiunque altro: il principio dovrebbe valere allo stesso modo per tutti, altrimenti non è un principio, è un favore fatto a chi conta di più in quel momento. E i favori, nello sport come nella vita, si pagano sempre, prima o poi, con gli interessi.
Io ve l’ho detto.