Il commento di oggi riguarda le misure cautelari scattate contro una cellula anarco-insurrezionalista accusata del sabotaggio alla linea Alta Velocità Roma-Firenze. Secondo gli inquirenti non si parla di un gesto dimostrativo né di un atto di vandalismo isolato, ma di azioni con finalità terroristiche ed eversive, culminate in un attacco che ha causato centinaia di migliaia di euro di danni a un’infrastruttura strategica del Paese. Eppure, ogni volta che provo ad affrontare il tema, succede qualcosa di ormai quasi automatico: qualcuno tira fuori l’etichetta di “fascista”. Non per discutere nel merito, non per contestare i fatti, non per aprire un confronto. Solo per chiudere la conversazione prima ancora che cominci. Io continuo a pensare che una democrazia sana debba essere capace di condannare la violenza politica indipendentemente da chi la pratica e dalla bandiera sotto cui si nasconde.
La lezione mai imparata degli anni di piombo
La storia italiana dovrebbe averci insegnato qualcosa, se solo avessimo voglia di ascoltarla. Gli anni Settanta non sono iniziati con i sequestri eccellenti, le stragi o i morti nelle strade. Sono stati preceduti da un clima culturale in cui una parte della società ha smesso, poco alla volta, di considerare la violenza un limite invalicabile, cominciando invece a giustificarla, a minimizzarla, persino a romanticizzarla. Non sto dicendo che siamo tornati agli anni di piombo: sarebbe un’esagerazione, e chi grida al ritorno del terrorismo ad ogni episodio di cronaca fa un pessimo servizio alla discussione pubblica. Ma sto dicendo che quando si normalizza l’idea che sabotare un’infrastruttura, intimidire un avversario politico o colpire un simbolo dello Stato possa essere una forma legittima di lotta, si imbocca un terreno che la storia ci ha già mostrato dove porta. E lo si imbocca un passo alla volta, con le giustificazioni di chi preferisce capire il gesto piuttosto che condannarlo.
La violenza non ha colore politico
Questo discorso vale per tutti, senza eccezioni. Vale per l’estrema destra, vale per l’estrema sinistra, vale per qualsiasi ideologia che consideri la violenza uno strumento politico accettabile. La libertà di manifestare è sacrosanta. La libertà di dissentire, anche di più. Ma quando dal dissenso si passa al sabotaggio, e dall’opinione si passa all’azione violenta, non siamo più nel campo della politica: siamo nel campo dell’eversione, e va chiamata con il suo nome. Se ricordare questa distinzione basta oggi a farsi dare del “fascista”, allora forse il problema non è di chi pone la domanda, ma di chi non riesce più a distinguere tra critica politica e tifoseria ideologica. Una democrazia che perde questa capacità di giudizio non è più tale: è solo un campo di battaglia in attesa del prossimo round.