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Wanna Marchi in Protomoteca: i controlli si fanno prima

Il commento di oggi riguarda la Protomoteca concessa per il premio a Wanna Marchi. Controllare dopo il clamore non basta: un comunicato non ripara una concessione data a occhi chiusi.


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Il commento di oggi riguarda la Sala della Protomoteca, in Campidoglio, concessa per una cerimonia durante la quale Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile sono state premiate per i loro libri. Il tutto dentro il cosiddetto Premio Internazionale della Cultura, promosso dalla casa editrice Cento. Dopo il clamore, Roma Capitale ha annunciato verifiche preventive più rigorose e possibili modifiche al regolamento.

Una sala così si concede dopo aver controllato

Partiamo da un principio semplice: quando dai in uso uno dei luoghi più simbolici della città, il controllo non è un optional. È preventivo. Devi sapere chi ci sarà, cosa si farà, chi salirà su quel palco e con quale titolo. Non puoi limitarti a firmare una concessione e sperare che vada tutto bene.

Perché una sala come la Protomoteca non è uno spazio qualsiasi: chi la ottiene si porta a casa, anche senza volerlo, un pezzo di credibilità istituzionale. Ed è esattamente quella credibilità che qualcuno può sfruttare per farsi bello.

La toppa è peggio del buco

Il punto che mi colpisce di più non è l’evento in sé, ma la reazione. Roma Capitale è stata costretta a diffondere un comunicato per chiarire, per spiegare, per annunciare nuove regole. Ed è proprio lì che la toppa diventa peggio del buco.

Perché quel comunicato, di fatto, è un’ammissione. Dice che fino a oggi le sale venivano concesse senza andare a fondo su cosa ci fosse dentro un evento. Nessuno guardava il programma definitivo, nessuno controllava l’elenco dei partecipanti. Si dava il via libera e tanti saluti.

E lo dico senza giri di parole: la capitale d’Italia, una delle città più importanti del mondo, non può permettersi questo livello di superficialità. Un’amministrazione che scopre di avere un problema di procedure solo quando finisce sui giornali non sta governando i propri spazi, li sta subendo.

Premio internazionale della cultura? Io avrei dei dubbi

E veniamo al nome, perché anche quello merita due parole. Premio internazionale della cultura. Io personalmente qualche dubbio ce l’avrei.

Non perché non si possano premiare dei libri, ci mancherebbe. Ma quando un riconoscimento si chiama “internazionale” e “della cultura” e poi si scopre che tra i premiati ci sono due persone note soprattutto per le televendite e per una vicenda giudiziaria che tutti ricordiamo, viene naturale chiedersi con quale criterio siano state fatte le scelte. Chi decide? Chi valuta? Su quali basi?

Sono domande semplici, e sono le stesse che avrebbe dovuto farsi chi ha concesso la sala. Bastava una telefonata, una verifica, una lettura attenta del programma. Perché il nome di un premio può essere pomposo quanto vuole, ma il valore lo fanno la sostanza e il metodo, non l’etichetta.

Ben vengano, allora, le nuove linee guida. Ma non chiamiamole una svolta: sono il minimo sindacale che si doveva fare da sempre.

Io ve l’ho detto.