Il commento di oggi riguarda la vicenda di Esther González, attaccante della nazionale spagnola e campionessa del mondo nel 2023, che ha lasciato il Gotham FC per firmare con l’Al Qadsiah Ladies, in Arabia Saudita. Il trasferimento in sé non scandalizza nessuno: il calcio femminile cresce, i contratti si firmano, e i soldi arrivano anche da lì, piaccia o no. Il problema è cosa è successo subito dopo la firma. Dai suoi profili sono sparite le foto con la compagna, Estefania Cruz, e con la figlia nata a gennaio. In Arabia Saudita le relazioni omosessuali sono reato, e quella cancellazione ha tutta l’aria di un prezzo pagato in anticipo per entrare nel paese senza intoppi. Non ipotizzo motivazioni che non conosco, ma il tempismo parla da solo, e ha giustamente scatenato polemiche tra chi si occupa di diritti civili.
L’attivismo che conviene solo a giorni alterni
Ed è qui che casca l’asino, perché l’attivismo sui diritti civili, quello vero, non è un accessorio da sfoggiare quando fa comodo e da riporre nel cassetto quando il contratto è più ricco altrove. È una mission, dicevo, non una moda. E se lo è davvero, deve reggere anche quando costa qualcosa — una piazza, uno sponsor, un ingaggio. Il punto non è processare la scelta professionale in sé: ognuno gestisce la propria carriera come crede, e capisco benissimo che a 33 anni un’occasione economica del genere non si rifiuti a cuor leggero. Il punto è che una volta esposta pubblicamente la propria vita — moglie, figlia, storia — cancellarla su richiesta implicita di un regime che quella vita la criminalizza è un gesto che dice molto più di mille dichiarazioni di principio. Dice che i diritti, per alcuni, sono negoziabili.
Rispetto, non facciata
Non sarà né la prima né l’ultima volta che sport e diritti umani finiscono su binari diversi: lo sappiamo da tempo, tra Mondiali assegnati a paesi improbabili e sponsorizzazioni che chiudono un occhio su tutto pur di incassare. Ma proprio per questo certi argomenti meritano più rispetto che facciata. Non si tratta di pretendere eroismi da chi semplicemente vuole giocare a calcio e vivere la propria vita, ma di riconoscere che sventolare la propria identità come bandiera quando è comodo, e nasconderla quando smette di esserlo, svuota di significato la battaglia stessa. Chi lotta davvero per i diritti civili lo fa anche — soprattutto — quando è scomodo farlo. Il resto è marketing personale travestito da coraggio.
Io ve l’ho detto.