Il commento di oggi riguarda Kelly Doualla, e parto dai numeri perché i numeri, in questo caso, parlano già da soli. Sedici anni, nata a Pavia, cresciuta a Sant’Angelo Lodigiano, e ieri a Rieti un oro europeo Under 18 nei 100 metri che vale un nuovo record continentale di categoria: 11″14, sette centesimi meglio del suo primato precedente. È la seconda miglior prestazione italiana di sempre, dietro solo a Zaynab Dosso. E non è un fuoco di paglia: è il terzo titolo individuale internazionale consecutivo in dodici mesi, dopo Skopje e Tampere, con in mezzo pure una semifinale ai Mondiali indoor assoluti di Torun, affrontata a sedici anni contro atlete adulte. Chi mastica un minimo di atletica sa che una progressione così, a quell’età, non è normale amministrazione: è il profilo di chi può davvero contare qualcosa nei prossimi dieci anni. Avremmo dovuto parlarne solo così, di una ragazzina che sta bruciando le tappe con un talento che fa girare la testa a mezza Europa. E invece.
Il solito rigurgito, la solita ipocrisia
E invece no, perché sotto ai post che celebrano l’impresa è partito il consueto carosello di commenti al veleno, di quelli che con il razzismo hanno tutto a che fare anche quando chi li scrive giura il contrario. Doualla è italiana: nata in Italia, cresciuta in Italia, tesserata in Italia. Ma ha la pelle scura e i genitori di origine camerunense, e questo basta a far scattare in una fetta di commentatori il riflesso pavloviano del “sì ma non è italiana”. È lo stesso copione di sempre, quello del “non sono razzista, ma”: lo abbiamo visto con Balotelli, con Jacobs quando qualcuno gli ha rinfacciato il passaporto, con chiunque non abbia la faccia che certi connazionali si aspettano da un italiano. Sentiamo ripetere all’infinito “non sono contro gli immigrati, basta che si integrino”, salvo poi scoprire che qui non si tratta nemmeno di integrazione: Kelly è italiana dalla nascita, nata a Pavia, cresciuta a Sant’Angelo Lodigiano, tesserata Italia fin da ragazzina. Il problema non è mai stata l’integrazione. Il problema è il colore della pelle, e fingere il contrario è solo un modo più elegante per dire la stessa cosa vecchia di sempre.
I bambini in fila hanno già capito tutto
Poi però c’è l’altra faccia della medaglia, quella che a me restituisce fiducia: i bambini. Quelli dai sei ai quindici anni che si mettono in fila con carta e penna per un autografo, che chiedono un selfie alla Doualla come si chiederebbe a una qualunque campionessa, senza calcolare un secondo il colore della sua pelle, perché per loro semplicemente non è un dato rilevante. Per loro l’integrazione non esiste ce l’hanno già nel proprio dna e meno male, l’hanno respirata a scuola, negli spogliatoi, nei gruppi WhatsApp della classe, senza bisogno di editoriali o di prediche. Il razzismo che vediamo esplodere sotto ai post non è il futuro dell’Italia, è il suo passato che si ostina a non morire. E la buona notizia, se vogliamo trovarla, è che ha sempre meno tempo davanti: quei bambini in fila oggi saranno gli elettori, i colleghi, i genitori di domani, e cresceranno con Kelly Doualla come modello sportivo, non come anomalia da spiegare. Nel frattempo, lei corra pure più veloce di tutti: è già la risposta più bella a chi ancora non ha capito niente.
Io ve l’ho detto.