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Gli artisti devono per forza schierarsi?

Il commento di oggi riguarda il caso Macklemore-Ed Sheeran-Pink: un artista deve per forza schierarsi, o può limitarsi alla propria musica?


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Il commento di oggi riguarda il caso Macklemore-Ed Sheeran-Pink, e parte da una domanda che si ripropone ogni volta che gli artisti aprono bocca su qualcosa che non sia la sua ultima canzone: un musicista è obbligato a prendere posizione, oppure ha il diritto di restare fuori dalla mischia e occuparsi solo della propria musica? Qui il fatto è semplice. Macklemore apre i concerti di Ed Sheeran, urla “Free Palestine”, fa scorrere immagini di Gaza sul ledwall. L’Israeli American Council chiede la sua esclusione dal tour, Pink rilancia parlando di “incubo politico” e chiede rimborsi per i fan ebrei presenti in sala. Due letture opposte, entrambe con un fondo di verità: chi ha pagato un biglietto per sentire cantare Ed Sheeran può legittimamente sentirsi spiazzato da un messaggio politico non annunciato; ma chi sale su un palco con quel pubblico ha anche il diritto — e forse il dovere morale, se ci crede davvero — di usare quello spazio per dire qualcosa che gli sta a cuore.

Perché “restare neutrali” non è mai davvero neutrale

Qui sta il punto che a me interessa di più, ed è dove non sono d’accordo con chi chiede il silenzio come condizione per salire su un palco. Pretendere che un artista si limiti “solo alla musica” è già una scelta politica travestita da moderazione: significa dire che va bene esprimersi finché non si tocca nulla di scomodo. Non esiste un’arte davvero neutra, esiste solo un’arte che sceglie di non disturbare. Macklemore ha tutto il diritto di cantare Hind’s Hall e di dire quello che pensa, esattamente come Pink ha tutto il diritto di condannarlo pubblicamente e come l’Israeli American Council ha tutto il diritto di fare pressione perché venga escluso dal tour. La libertà di parola vale in entrambe le direzioni, e infatti è proprio questo il meccanismo sano: nessuno ha censurato nessuno, ognuno ha semplicemente detto la propria — chi sul palco, chi sui social, chi con una petizione.

Il vero errore è pensare che esista un pubblico “senza aspettative”

Quello che non regge, invece, è l’idea che un pubblico pagante debba subire in silenzio un messaggio che non si aspettava, con la stessa logica opposta secondo cui l’artista dovrebbe subire in silenzio le critiche per averlo lanciato. Se sali su un palco enorme e usi quel megafono per una causa, devi mettere in conto che qualcuno si sentirà tradito nelle aspettative e reagirà, magari chiedendo il rimborso, magari una petizione. Non è censura, è conseguenza. L’artista non ha l’obbligo di schierarsi, ma nemmeno il diritto di pretendere che schierarsi sia gratis. E chi ascolta non ha il diritto di pretendere un concerto sterilizzato da ogni opinione solo perché ha comprato un biglietto. La musica può restare pura intrattenimento, per chi lo sceglie, ma non è mai stata garantita come tale: chi sale su un palco lo fa sapendo che quel megafono amplifica tutto, non solo le canzoni.