I più letti
LEGGI IL BLOG ASCOLTA IL PODCAST Ascolta su Spotify

Il problema non è la dieta vegana, è la costrizione

Il commento di oggi riguarda il padre di Roma che rischia 5 anni per aver imposto ai figli la dieta vegana con la forza. Il punto non è il veganismo, ma l'obbligo. E i social, ancora una volta, non sanno leggere.


Ascolta l'articolo

0:00

Il commento di oggi riguarda il caso del padre di Roma che rischia cinque anni di carcere per aver imposto con la forza la dieta vegana ai suoi tre figli, e la reazione social che è arrivata subito dopo, quasi altrettanto sconcertante quanto la notizia stessa.

I fatti, riportati dal Messaggero da Repubblica e da molti quotidiani, sono pesanti: docce gelate, pasti negati, ore di silenzio obbligatorio a tavola, schiaffi per motivi futili, cibo gettato nella spazzatura se non rispettava le regole imposte. Il pubblico ministero Vittoria Bonfanti ha chiesto cinque anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia e lesioni, la sentenza arriverà a ottobre. Un quadro, se confermato dal processo, di vessazione sistematica su moglie e figli minorenni, con un padre che avrebbe trasformato la casa in un piccolo regime militare.

Non è il veganismo l’imputato

Qui arriva il punto che, a leggere i titoli e ancora di più i commenti sotto quei titoli, in troppi non hanno colto. Non è il veganismo a finire sotto processo. È la costrizione. È l’obbligo imposto con la violenza, la privazione, la punizione. Il regime alimentare, in questa storia, è semplicemente lo strumento scelto da questo padre per esercitare controllo totale sulla famiglia: avrebbe potuto essere una dieta a base di proteine animali, potevano essere dolci con la panna obbligatori tre volte al giorno, il risultato giudiziario sarebbe stato identico. Il reato non cambia in base al contenuto del piatto, cambia in base al fatto che qualcuno viene privato della libertà di scegliere cosa mangiare, sotto minaccia di violenza fisica e psicologica. Questo è maltrattamento, punto. La cucina è solo il pretesto.

Il problema è che non sappiamo più leggere

E qui arriva la seconda parte della storia, quella meno raccontata ma altrettanto significativa: sotto ai post Facebook dei giornali che hanno pubblicato la notizia si è scatenata una parte della comunità vegana, indignata per l’accostamento tra la parola “vegano” e la parola “tortura” nei titoli. Capisco l’istinto difensivo, davvero, ma qui il problema non è editoriale, è di comprensione del testo. Basta leggere l’articolo, oltre il titolo, per capire che nessuno sta processando lo stile alimentare in sé. Si processa l’obbligo, la coercizione, la violenza usata per imporlo. Ed è esattamente lo stesso principio per cui, se un padre avesse obbligato i figli a mangiare solo carne con le botte, staremmo parlando di maltrattamenti e non di un problema con il “carnivorismo”.

Il vero tema, purtroppo ricorrente, è che una fetta sempre più larga di persone sui social commenta la notizia leggendo solo il titolo, senza contestualizzare, senza distinguere tra il fatto e lo strumento con cui il fatto è stato commesso. E questo non riguarda solo questa storia: è lo stesso meccanismo per cui ogni polemica quotidiana viene ridotta a scontro identitario, veg contro carnivori, destra contro sinistra, tifosi contro tifosi, invece che essere affrontata per quello che è. In questo caso specifico il danno è persino doppio: si rischia di spostare l’attenzione dai veri protagonisti della vicenda, tre ragazzini che secondo l’accusa hanno vissuto anni di paura, verso una polemica sterile sulla percezione pubblica del veganismo, che semplicemente non c’entra nulla con il processo in corso.

Leggere di più, capire di più, prima di commentare. Sembra un consiglio banale, ma a giudicare da come si commentano le notizie ogni giorno, evidentemente non lo è affatto.

Io ve l’ho detto.