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Schwazer di nuovo positivo: stavolta è davvero difficile capire

Il commento di oggi riguarda Alex Schwazer, sospeso dalla NADA Germania per tracce di EPO nel sangue e nelle urine. Una storia che si ripete, con domande a cui nessuno dà risposta.


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Il commento di oggi riguarda Alex Schwazer, sospeso temporaneamente dall’agenzia antidoping tedesca per una presunta positività all’EPO rilevata sia nel sangue che nelle urine durante i campionati tedeschi di marcia su strada dello scorso aprile. Una gara, tra l’altro, in cui aveva vinto con il miglior tempo italiano sulla nuova distanza della marcia su 42 km, la prestazione della sua vita, a quasi quarant’anni. E ora siamo di nuovo qui, con i comunicati ufficiali, la conferenza stampa, le dichiarazioni di innocenza. Il copione lo conosciamo. Quello che non conosciamo, ancora, è la verità.

Partiamo da un punto fermo: Schwazer, nel 2012, ha ammesso di aver fatto uso di doping. Non è un’accusa, è storia. Quella macchia esiste e non si cancella. Ma da quel momento in poi la sua vicenda è diventata una delle più complicate e opache dello sport italiano. Assoluzioni, annullamenti, contraddizioni tra enti diversi, indagini della procura di Bolzano, campioni di provette finiti al centro di polemiche internazionali. Non serve fare i complottisti  per accorgersi che qualcosa, in tutto questo, non torna. Le vicende giudiziarie degli ultimi anni hanno sollevato dubbi seri sull’operato delle agenzie antidoping, e ignorarlo per comodità narrativa sarebbe disonesto.

Due strade, nessuna delle due è tranquilla

Di fronte a una nuova positività ci sono solo due letture possibili, e nessuna delle due è rassicurante. La prima: Schwazer è un atleta che ricorre sistematicamente al doping, nonostante tutto quello che ha vissuto, nonostante l’età, nonostante sapesse meglio di chiunque altro cosa rischiava. Se così fosse, chi gli sta intorno, allenatori, staff, entourage, dov’era? È possibile che nessuno si accorga di nulla? Che nessuno faccia una domanda? Sarebbe una responsabilità collettiva enorme, non solo sua. La seconda strada è quella che nessuno vuole percorrere pubblicamente: che Schwazer stia pagando per qualcosa che non ha fatto, o che sappia qualcosa che dà fastidio a qualcuno. Non lo dico io, lo suggerisce la storia degli ultimi dieci anni, con tutto il suo carico di ambiguità istituzionale.

Una parola sui commenti

C’è un ultimo aspetto che vale la pena toccare, e riguarda chi scrive sui social in questi momenti. Gli insulti gratuiti, le sentenze emesse in due righe, la gogna immediata, tutto questo dice molto di chi scrive e nulla di Schwazer. Che sia colpevole o innocente, stiamo parlando di un essere umano in una situazione di pressione enorme. Un po’ di misura non sarebbe un segno di debolezza: sarebbe semplicemente decenza. Se davvero qualcuno è in difficoltà, ha bisogno di una mano, non di un altro calcio.