Il commento di oggi riguarda il caso Cunningham, ma non nel modo in cui ve lo hanno già raccontato in cinquanta salse nelle ultime ore. Sophie Cunningham, giocatrice dell’ Indiana Fever, punta il dito contro DeWanna Bonner per ventidue secondi durante una partita WNBA, e in un battito di ciglia diventa il meme dell’estate, materiale da campagna elettorale culturale, gesto simbolo del “politicamente scorretto” per chi la celebra e prova di maleducazione per chi la stronca. Sul merito sportivo c’è poco da dire: trash talking ce n’è sempre stato, nel basket come nella boxe, e chi si scandalizza oggi probabilmente non ha mai guardato un derby vero. Ma il gesto in sé, ormai, è la parte meno interessante della storia.
L’esercito degli imbianchini che non sapeva nemmeno cosa fosse la WNBA
La parte interessante è quello che è successo dopo. Da ieri non se ne parla solo sulle testate di settore, che è giusto e sacrosanto è il loro lavoro, se ne parla ovunque, e quando dico ovunque intendo davvero ovunque: i tiktoker che fino a due giorni fa recensivano ricette, i tiktoker che parlavano di libri, i tiktoker di fuffa varia che vivono di format riciclati, tutti improvvisamente esperti di WNBA, tutti con l’opinione pronta, tutti con lo stesso video tagliato uguale, la stessa musica, lo stesso montaggio. È il metodo dell’imbianchino: non importa cosa devi verniciare, importa che ci sia una parete libera e tanta gente che guarda. Il problema di alcuni, anzi molti, creator non è mai stato “faccio il mio format”: è che il format non esiste, esiste solo il radar che intercetta il trend e ci si butta sopra, testi scritti dall’intelligenza artificiale compresi, perché nemmeno il tempo di documentarsi viene più investito. Decine, centinaia di contenuti identici che nascono e muoiono nello stesso pomeriggio, gonfiano l’engagement di chi li pubblica e inondano i feed di chiunque altro, senza lasciare in cambio un grammo di comprensione in più su quello che stanno raccontando.
Il vero paradosso: tutti sanno del dito, nessuno sa chi gioca in WNBA
Ed è qui che sta il paradosso vero, quello che nessuno di loro racconterà mai: se domani chiedessi a questi stessi tiktoker chi sono le squadre da battere in WNBA, quante partite mancano ai playoff, chi è Caitlin Clark oltre al nome che hanno sentito nominare in un altro video virale, probabilmente incasserei solo silenzio o, peggio, un altro contenuto scritto dall’AI per riempire il vuoto. Il dito di Cunningham ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di diventare un santino buono per ogni bandiera, ma il vero commento del giorno non è sul dito. È su un ecosistema di contenuti che si nutre di eventi che non conosce, li mastica, li rivomita uguali per tutti, e passa al prossimo trend prima ancora che il primo si sia raffreddato. Un giorno, forse, qualcuno di loro mi spiegherà davvero che cos’è la WNBA.
Nel frattempo, io ve l’ho detto.