Il commento di oggi riguarda il caso del sindaco di Cadoneghe che ha rinviato il giuramento di cittadinanza a una donna perché non era in grado di rispondere in italiano né di leggere il testo del giuramento. Da quando la notizia è uscita, il dibattito si è concentrato quasi solo su un punto: il sindaco è di centrodestra, quindi ha ragione o ha torto a seconda di che sponda si guardi la vicenda. È il modo più comodo per non rispondere alla vera domanda, quella che vale a prescindere da chi la pone: si può diventare cittadini di un paese senza parlarne la lingua? Mettiamo per un attimo da parte destra e sinistra e proviamo a guardare cosa succede altrove, perché la risposta, spoiler, non è un’opinione politica ma una prassi internazionale consolidata.
Quello che chiedono gli altri paesi
Se si guarda a come gestiscono la naturalizzazione le altre democrazie occidentali, si scopre che la richiesta di conoscenza linguistica non è un’invenzione della destra italiana, è lo standard. La Francia chiede un livello B1/B2, la Germania un B1, la Danimarca un B1/B2, la Svizzera un B1 orale e un A2 scritto, il Regno Unito un B1, la Spagna un A2. Se si allarga lo sguardo fuori dall’Europa, gli Stati Uniti abbinano un test di educazione civica a una prova di inglese, il Canada richiede un livello CLB4 in inglese o francese, l’Australia pretende conoscenza della lingua e del sistema istituzionale del paese. E in praticamente tutti questi paesi il giuramento finale va pronunciato, e soprattutto compreso, nella lingua nazionale: non è un dettaglio burocratico, è il cuore stesso del rito. Chi giura deve sapere cosa sta giurando, altrimenti sta solo ripetendo un suono senza significato.
Allora il sindaco ha fatto bene o male?
Con questi numeri sul tavolo, la domanda cambia peso. Non si tratta di stabilire se un sindaco di centrodestra abbia usato un caso singolo per fare propaganda in vista delle elezioni politiche, un sospetto legittimo che ha il suo peso, quanto di riconoscere che rinviare un giuramento perché la persona non capisce cosa sta firmando è esattamente quello che l’Italia, come Francia, Germania o Regno Unito, chiede da sempre sulla carta. Il problema semmai è un altro: perché una verifica linguistica arriva solo il giorno del giuramento, e non prima, in un percorso che dovrebbe essere fatto apposta per evitare situazioni come questa? La colpa, se c’è, è di un sistema che permette di arrivare fino all’ultimo passo senza aver mai controllato per tempo, lasciando che il momento più simbolico del percorso si trasformi in un’umiliazione pubblica. Il sindaco, sul principio, ha fatto quello che la legge e il buon senso gli chiedevano di fare. Il vero commento da fare non è sul suo colore politico, è su tutti i controlli mancati prima di quel giorno, che avrebbero potuto evitare tutto questo.
Io ve l’ho detto.