Il commento di oggi riguarda i tre missili Akeron scoperti dalla Guardia di Finanza in un furgone fermato al porto di Bari, senza scorta armata e senza uno solo degli accorgimenti previsti per il trasporto di materiale bellico. Il conducente, un francese di 46 anni sbarcato dalla Superfast II in arrivo da Patrasso, viaggiava con cinque contenitori per sistemi d’arma anticarro: in tre c’erano missili veri, con le bande gialle e nere che secondo gli standard Nato identificano armamento da combattimento, coperte da nastro adesivo blu, il colore che invece segnala materiale inerte da addestramento. Una perizia dell’Esercito ha stabilito che di inerte, in quei tubi di lancio, non c’era nulla. L’uomo si è qualificato come dipendente di una ditta subappaltatrice di Mbda France, incaricato di portare i missili in riparazione presso una base Nato in Grecia, con tanto di documentazione del ministero della Difesa francese datata 2025. Il gip ha comunque disposto la custodia cautelare in carcere: tra timbri e date, secondo la Procura, qualcosa non torna.
Armati o no, qualcosa non torna comunque
E qui arriva il punto che a me fa girare la testa: non importa quale delle due versioni sia quella vera, perché in nessuna delle due quel furgone doveva trovarsi lì. Se i missili erano davvero carichi, un traghetto pieno di civili e poi le strade di una città si sono ritrovati addosso, per ore, un carico capace di perforare un metro di acciaio balistico e sbriciolare due metri di cemento armato, senza blindatura, senza scorta armata, senza il patentino ADR obbligatorio per gli esplosivi di Classe 1. Se invece erano davvero inerti, come sostiene la difesa parlando di modelli da addestramento privi di capacità offensiva, restava comunque l’obbligo delle autorizzazioni di transito per materiale d’armamento previste dalla legge 185 del 1990, autorizzazioni che secondo la Procura mancherebbero o non sarebbero in regola. Non esiste, insomma, una versione dei fatti in cui questo trasporto fosse a norma. Ne esiste solo una in cui è stato comodo, per qualcuno lungo la filiera, fingere che lo fosse.
Il problema non è il furgone, è quanto ci siamo abituati
La domanda vera, allora, non è se un funzionario a Parigi abbia sbagliato un timbro su un modulo. È come sia potuto bastare un controllo di routine, uno qualunque tra migliaia fatti ogni giorno nei porti italiani, per scoperchiare tutto questo. Quanti furgoni identici sono passati prima, senza che nessuno alzasse un sopracciglio, senza una motonave a fare da testimone scomodo? In un’Europa che da anni sposta armi ed eserciti verso basi Nato e fronti di guerra quasi fosse logistica ordinaria di magazzino, il rischio concreto è che i controlli restino una formalità da esibire sulla carta, non un filtro reale sul campo: a quanto pare bastano un rotolo di nastro adesivo e un documento con la data giusta. Non mi interessa granché come finirà l’inchiesta giudiziaria su questo singolo cittadino francese. Mi interessa il sistema, quello vero, che ha reso possibile, anche solo per un tratto di autostrada pugliese, che tre missili da guerra viaggiassero come pacchi ordinari.
Io ve l’ho detto.