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Mina Chan e la tossicità social che nessuno vuole fermare

Il commento di oggi riguarda la morte di Mina Chan e la tossicità dei social. Basta aprire un video su Instagram o TikTok per capire quanto siamo diventati crudeli con chi ci sta davanti.


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Il commento di oggi riguarda la morte di Mina Chan, l’influencer giapponese di 26 anni che si è tolta la vita in diretta su TikTok, davanti a migliaia di persone, dopo settimane di attacchi ricevuti online da parte del fandom di un gruppo K-pop. E il commento di oggi riguarda soprattutto quello che questa storia dice di noi, non di lei.

Basta aprire un video o una foto qualsiasi tra Instagram e TikTok e scorrere i commenti per capire che la tossicità online non è più un’eccezione, è un ambiente stabile in cui viviamo tutti i giorni. Un errore, una gaffe, un gesto letto come fuori posto, e in poche ore si trasforma in un processo pubblico senza appello e senza contraddittorio, con nessuno che si fermi a chiedersi cosa c’è davvero dall’altra parte dello schermo. Mina Chan aveva sbagliato, aveva forzato una situazione con due membri della band che seguiva, ma tra lo sbaglio e la macchina del fango che le si è rovesciata addosso c’è una distanza enorme, ed è una distanza che colmiamo noi, ogni volta, con una leggerezza che sta diventando colpa collettiva.

L’ipocrisia di chi si scaglia sul fisico e sulla dignità altrui

C’è un dettaglio che mi fa arrabbiare più degli altri, ed è la costanza con cui gli attacchi più duri riguardano l’aspetto fisico o la dignità personale di chi sta dall’altra parte. Sono in tantissimi, ormai, a sentirsi autorizzati a colpire così, salvo essere spesso le prime persone che dovrebbero guardarsi allo specchio prima di scrivere un commento. Non parlo solo di chi ha centinaia di migliaia di follower e vive sotto costante osservazione: parlo di profili qualunque, gente comune, che si sente legittimata a colpire chiunque, un personaggio pubblico o il vicino di casa, perché tanto è solo un commento, tanto non si vede chi lo scrive davvero. È proprio questa distanza fisica, questa assenza di conseguenze percepite, a rendere la cattiveria online più facile da esercitare di quella reale, e per questo più pericolosa.

Un’emergenza che continuiamo a non trattare come tale

E mentre si discute per giorni di dettagli superflui di ogni singolo caso, chi ha ragione nella lite del momento, quale sfumatura del gossip conta di più, il problema vero resta lì, intatto: giovanissimi e non solo, esposti ogni giorno a un fuoco incrociato che nessuna piattaforma, nessuna etichetta discografica, nessuna istituzione sta davvero trattando come l’emergenza che è. Le regole ci sono, sulla carta: quelle imposte agli idol, quelle interne ai fandom, i codici di condotta dei social network. Ma restano lettera morta finché non cambia la cultura di chi scrive, cioè la nostra.

Serve un cambio di passo, e serve subito, prima che il prossimo nome nella lista non sia più una notizia arrivata dall’altra parte del mondo, ma qualcuno che conosciamo. Non è un problema coreano, non è un problema degli influencer: è un problema di come stiamo usando, ogni giorno, gli strumenti che abbiamo in tasca.

Io ve l’ho detto.

Se qualcuno di voi sta attraversando un momento difficile, può parlarne con Telefono Amico al numero 02 2327 2327.