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Il “reclutamento” di Maria e la cultura del risparmio

Il commento di oggi riguarda la gaffe del museo di Pitigliano, dove l'Assunzione di Maria diventa il Reclutamento di Maria. Non è un incidente isolato: è un sistema che risparmia sulla competenza e lo paga in figuracce.


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Il commento di oggi riguarda la gaffe del museo diocesano di Pitigliano, dove l’Assunzione di Maria di Girolamo di Benvenuto è diventata, sulla targhetta in inglese, “Recruitment of Mary”: letteralmente il reclutamento di Maria, un’assunzione lavorativa al posto di quella in cielo. La targhetta è lì dal 2019, un intervento fatto in economia, dice il direttore del museo. E qui sta il punto: capisco benissimo che oggi si lavori in velocità, che si affidino incarichi ad aziende dal prezzo più competitivo, che a volte si preferisca arrangiarsi in casa passando il lavoro a qualche impiegato d’ufficio. Va bene tutto, se l’obiettivo è contenere i costi. Ma prima di installare una targhetta in un museo, possibile che nessuno la rilegga? Possibile che non esista un responsabile che si affacci e chieda “ma cosa avete scritto qui?” Il risparmio non è il problema. Il problema è il risparmio senza controllo, che a quel punto non è più economia: è negligenza travestita da efficienza.

Non è la prima volta

Non è un caso isolato, ed è qui che la vicenda smette di far ridere. Meno di due mesi fa, al Colosseo, sull’arco d’ingresso della mostra Troia e Roma, l’Iliade è stata scritta con due elle, “Illiade”, e il celebre incipit “Cantami, o diva, del Pelide Achille l’ira funesta” è stato indicato come tratto dal libro XXII, quando è notoriamente il proemio, il primissimo verso del poema. Parliamo del Colosseo, uno dei luoghi più visitati al mondo, teatro di un accordo bilaterale tra il Ministero della Cultura italiano e quello turco. Se l’errore fosse capitato una sola volta, sarebbe una svista. Capitato due volte, in una addirittura la targhetta era li dal 2019, in due istituzioni diverse, su due lingue diverse: la revisione finale, quel passaggio banale in cui qualcuno controlla il lavoro prima che diventi pietra o bronzo, semplicemente non esiste più nella filiera dei nostri musei.

Il paradosso delle competenze

E qui arriva il paradosso che fa più male di tutto il resto. So per certo che ci sono archeologi, filologi, traduttori con competenze vere, e con curriculum che pesano, rimasti a casa per mancanza di lavoro, mentre altri, con competenze molto più modeste, occupano posti che meriterebbero ben altro rigore. Gente che una frase come “cantami, o diva” non l’avrebbe mai spostata al libro XXII, e che un’Assunzione non l’avrebbe mai reclutata come impiegata. Eppure quei posti, quelle commesse, quei controlli mancati finiscono ad altri, spesso scelti più per convenienza o per prezzo che per merito. Non sto dicendo che vada tutto affidato al miglior offerente in senso opposto, al più caro; sto dicendo che tra il prezzo e la qualità qualcuno, prima della stampa definitiva, dovrebbe leggere. Se queste sono le basi su cui si costruisce la comunicazione culturale del Paese, allora tanto vale smettere di aspettarsi rigore e limitarsi a guardare, con la stessa ironia con cui il web ha commentato il “reclutamento” della Madonna.

Io ve l’ho detto.