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Quel video sul cavalcavia non doveva essere pubblicato così

Il commento di oggi riguarda il video del cavalcavia di Barberino, diventato virale senza filtri né competenza, tra odio per chi ha provato a salvarlo e giudizi da bar sulla giustizia.


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Il commento di oggi riguarda il video del cavalcavia di Barberino del Mugello, quei quaranta minuti di trattativa finiti con il salto di Federico Vella, e che da un giorno ormai gira ovunque su Facebook. Non parlo solo delle pagine dei giornali, che almeno un disclaimer per chi è più suggestionabile lo hanno messo. Parlo delle centinaia di profili e pagine private che lo hanno scaricato, ritagliato e ricaricato senza uno straccio di avviso, come fosse un contenuto qualunque. È un video che mostra un gesto estremo, in presa diretta, non un titolo di giornale o una foto sfocata: chi lo guarda impreparato può restarne segnato, e in mezzo a tutta questa corsa a ricondividere nessuno si è fermato un secondo a chiederselo. La differenza tra informare e esporre sta esattamente qui, nel disclaimer che manca, in quel minimo di responsabilità editoriale che una testata si dà per contratto e che un profilo Facebook qualsiasi si è sentito libero di ignorare, magari per raccogliere due like in più.

Il processo social a chi era in ginocchio

Sotto quel video, poi, si è aperto un altro spettacolo, forse ancora più indecente. Decine di pagine e migliaia di commenti si sono lanciati contro le forze dell’ordine e i vigili del fuoco, e la cosa incredibile è che l’odio arrivava da due direzioni opposte. Da una parte chi se la prendeva con chi ha provato a fermarlo, come se convincere un uomo a non lanciarsi da un cavalcavia fosse un tentativo di “salvare” un colpevole di femminicidio, e non semplicemente il lavoro di chi in quel momento stava cercando di salvare una persona a prescindere dall’accaduto. Dall’altra chi, con la stessa sicurezza, sentenziava che i vigili del fuoco non erano all’altezza, che si poteva fare meglio, arrivando a scrivere che bastava mettere un gonfiabile sotto il cavalcavia. Io una regola me la sono data da tempo: si parla se si è competenti, se si ha davvero vissuto quel tipo di criticità sul campo. Il resto è solo fuffa, clickbait di bassissimo profilo travestito da opinione, ed è indecoroso pretendere di processare in ginocchio chi era davvero in ginocchio su quell’asfalto a implorare un uomo di non buttarsi.

La giustizia non si vota sui social

E poi c’è un ultimo punto, quello che mi sta più a cuore di tutti. A chi ha scritto che è giusto sia finita così, che quell’epilogo sia una forma di giustizia, va ricordato con fermezza che non funziona in questo modo. Ha ragione chi grida il dolore per un femminicidio, ma la pena non la decide un applauso sotto un video né un titolo choc rilanciato senza filtro: la decide un processo, con le sue regole, i suoi tempi e le sue garanzie, perché quello è l’unico argine che abbiamo contro la giustizia fatta con il pollice in su o in giù su uno schermo. Un video virale non è un tribunale, un commento sotto un post non è una sentenza, e un morto sotto un cavalcavia non chiude mai la partita di come dovremmo comportarci noi, da vivi, davanti a un dramma che meritava rispetto e non condivisioni facili.

Io ve l’ho detto.